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02/05/2002

Marocco 2002 - Diario (7)

Autore: Alberico Barattieri

Giovedì 2 maggio

Tazzarine: io amo questo posto.
Quando ci capitai per caso nel 1991 mi ci trovai bene. Oggi, forse, si sta ancora meglio. Parlo del Camping Amasttou, il più pulito e ben gestito del Marocco, ieri come oggi. Rinunciamo a montare la tenda e dormiamo sotto delle tende berber molto comode e fresche.
Approfittiamo del bel tempo, del luogo tranquillo e della presenza di una piscina per riposarci, facendo i piani di battaglia per il giorno seguente.


Venerdì 3 maggio

Partiamo di buon mattino cercando la pista che dovrebbe portarci diretti a Fezzou (3456). A detta dei gestori dovrebbe essere semplice ma, pur avendo chiesto indicazioni in un paio di villaggi, dove torme di bambini ci accerchiano alla ricerca di uno "stylo" (quì sia i bambini che gli adulti sono insitenti al limite dell'aggressività) alla fine imbocchiamo erroneamente una pista sulla sinistra che si infila nelle montagne. Quando ci accorgiamo dell'errore è ormai troppo tardi, abbiamo già superato passaggi trialistici e rifarli al contrario non ci alletta. Decidiamo di continuare, la pista (3459) piega verso nord e ci ritroviamo ad Alnif.

Ad Alnif decidiamo di prendere la pista (3456), segnata sulla carta Michelin 969, che parte da Mecissi perraggiungere finalmente Fezzou. Non fatelo. La pista da prendere e quella che parte prima di Timerzif (indicata dopo sulla Michelin).
Abbiamo girato per due ore, sotto un sole assassino, cercando di superare da est lo oued Fezzou senza trovare un passaggio. Alla fine, risaliti fino quasi a Timerzif e grazie alle indicazioni di un locale, riusciamo ad attraversare il maledetto oued ed a raggiungere la pista giusta, che corre tra lo oued e le montagne. All'altezza del primo villaggio, Tazulait, la pista principale ha diverse deviazioni che portano sulla destra verso le zone di scavo dei fossili. Quì c'è l'unico rischio di perdere la pista principale che, per buona parte passa all'esterno dei villaggi ma, giunti al terzo, vi passa attraverso lasciando sulla destra le piste dei "fossilari". Poi oltrepassato un piccolo colle si entra nella piana di Fezzou. La grande piana ha alcuni punti verdi e piccole comunità contadine che sopravvivono coltivando piccoli riquadri polverosi. La pista è mediamente scorrevole.

A Fezzou, prima ancora di entrare nell'abitato, ci infiliamo nel letto del oued girando a sinistra e raggiungiamo la collinetta su cui si trova il cimitero. Inizia qui la traversata che ci dovrebbe portare a Merzouga. Per questo tratto ho utilizzato le note di Adolfo Guasti (http://web.tiscali.it/guastiadolfo/page3.html) ed i punti gps di Pascal Poublan (http://pascal.poublan.free.fr/roadbook.htm).
La direzione est e l'ora ci permettono di viaggiare con il sole alle spalle e l'individuazione di alcune vecchie traccie che portano in quella direzione risulta agevole. Il terreno è costituito da un reg di ciottoli di piccole dimensioni che permettono una guida abbastanza rilassata.
Siamo ai nostri primi chilometri guidati dal gps e sembra che, finalmente, siamo riusciti a comprenderne il funzionamento e sopratutto l'utilizzo proficuo. Infatti, da alcuni giorni facciamo esperimenti di uso senza grandi risultati ed il pensiero di fare del fuoripista senza una conoscenza approfondita dello strumento ci preoccupa non poco.
Comunque, vista la semplicità del percorso (tutto dritto per diversi chilometri), giungiamo in breve al rilievo con il marabout biaco ed il rezzou nero sulla sommità. Lasciata l'auto sul colle alla sinistra della cima e saliamo a piedi. La vista è splendida. L'aria a causa di un vento costante ma lieve è tersa e lo sguardo può spaziare all'infinito. Solo verso nord una bassa catena di rilievi sbarra il passaggio. Addossata al lato est del rilievo su cui ci troviamo una morbida duna ne lambisce la sommità.

Passiamo il colle (quì il passaggio è molto sconnesso) e ci dirigiamo ai piedi della duna (30.58'10"N - 4.47'26"W). Un ottimo posto per fare il campo, come segnalato da Adolfo. Piantiamo la tenda su un lembo di sabbia e ci sdraiamo per una mezz'ora contemplando il crepuscolo circondati dal silenzio.
Poi, mosso da stimoli più prosaici, ma non prima di aver riempito l'ennesima bottiglia di sabbia, l'Architetto decide di preparare una spaghettata con 'a pummarola. Si è anche provveduto di cipolle fresche per il soffritto. E siccome abbiamo una bombola del gas marocchina che ha un attacco non compatibile con la sua cucina a due fuochi, cannibalizza il bruciatore "maroc" (quelli che si avvitano direttamente sulla bombola in uso in tutto il Marocco) per trarne un erogatore per la sua cucina da gourmet. Con mia somma apprensione accende e...funziona! Incredibile!
Verso le 10, il tempo decide di mettersi al brutto. Il cielo si copre, comincia a tirare vento e verso nord si vedono lampi. Ci ritiriamo al riparo della tenda mentre comincia a cadere qualche goccia e la sabbia intorno a noi comincia a sollevarsi.


Sabato 4 maggio

Al mattino, come al solito mi sveglio all'alba. Il vento si è calmato e splende il sole. Non so se sia la luce o cosa, ma quando vivo all'aperto il mio orologio biologico si regola automaticamente e senza apparente fatica al nuovo ritmo. Mentre Aleale pisola ancora un po', vado avanti con le note di viaggio e cerco di capire cosa ci attende sul percorso. La giornata prevede un percorso relativamente semplice attraverso grandi spazi aperti con qualche attraversamento di passe tra i rilievi fino allo Oued Rihr. Così almeno dovrebbe essere.
Vuoi per la nostra imperizia nel seguire le indicazioni del gps, vuoi che un paio di settimane prima ha piovuto abbondantemente per cui alcuni passaggi sono resi difficili da fenomeni erosivi del terreno, troviamo qualche difficoltà nel seguire alla lettera le indicazioni.
Arrivati a metà del tragitto verso il Rihr, dopo una grande piana (in cui si incrociano numerose tracce recenti che portano verso sud) ci si trova davanti ad una passe tra le montagne che, se è abbastanza evidente trattarsi di quella giusta, a causa delle pioggie risulta di difficile superamento. Conviene salire a piedi sul fianco della montagna e cercare visivamente un passaggio agibile. Poco dopo la situazione si ripresenta: superato un colletto e passato il successivo oued insabbiato i riferimenti gps consigliano di proseguire sulla sinistra lungo il oued alla ricerca della passe. Bisogna prendere decisamente la passe di fronte, lasciando il tragitto originale a sinistra poichè impraticabile.
Da questo punto il percorso torna normale. Dopo qualche chilometro si arriva ad un ennesima passe: la pista passa nel corso del oued e sfocia in una valle dove vediamo due tende di nomadi con qualche capra e qualche cammello. Pardon, dromedario.
La pista è vecchia e a tratti sparisce ma non crea particolari difficoltà. Si giunge infine al pozzo che precede lo oued Rirh. Tra la sabbia e sotto le acacie, sarebbe un posto idilliaco se non fosse che, a causa della presenza di deiezioni di capre e cammelli (e la paletta?), le mosche la fanno da padrone.

Ed eccoci, infine allo Oued Rihr. Dovrebbe essere il punto più difficile da passare e quindi facciamo il punto con calma. Abbiamo due possibilità: seguire le note del francese (novembre 2001) che danno un punto indicativo di passaggio un po' più a nord e quelle di Adolfo (febbraio 2002) che indicano un passaggio a sud, accostati alla montagna.
Optiamo per la seconda, più recente. E sbagliamo.
L'attraversamento dello oued non comporta problemi particolari (attenti al fango sulla sponda) ma è pressochè impossibile risalirne il corso alla ricerca del punto gps successivo per più di 500 metri. Proviamo dunque ad uscire dalle dunette di sabbia che fasciano la sponda est ed in una mezz'ora di corse a piedi alla ricerca dei passaggi e successivi tratti col fuoristrada ne usciamo. Ci troviamo ora sul lato est della valle, in pendenza, e dopo poco troviamo delle tracce che vanno nella direzione giusta. Ma arrivati ai fatidici 500 metri un nuovo intoppo: la pista scompare in una voragine, portata via dallo oued. Impossibile proseguire. Dopo alcune esclamazioni non proprio di giubilo ed una pausa di riflessione all'ombra del Toyota (sono le 13 ed il sole batte forte), decido di salire su per la montagna per cercare di individuare un passaggio verso nord. Contemporaneamente la telecamera si blocca a causa della polvere: non ripartirà più.
Dall'alto la situazione è sconfortante: non un segno, non una traccia, nulla. Solo una pietraia nera, profonda un paio di chilometri lungo il corso del oued. Non ci sono santi. Dobbiamo passare o tornare indietro. In un paio d'ore passiamo, ma che fatica. Poco dopo, lungo lo oued, ritroviamo la pista ben marcata ed il silent block, riparato ad Ifni nella parte superiore, cede nella parte inferiore. Siamo a posto. Decido, visto che non mi viene in mente come bricolare una riparazione che possa tenere, che accorceremo il tragitto: al momento dell'incrocio con la pista Rissani-Taouz andremo a nord, tralasciando l'attraversamento dello Oued Ziz.

La pista verso il bivio è abbastanza buona, lunghi pianori in leggera pendenza tra le montagne. Giunti al bivio per Taouz-Rissani prendiamo a sinistra lungo la pista "delle miniere". Molti insediamenti minerari, quasi tutti abbandonati ed una pista ben tracciata. Non c'è pericolo di perdersi: l'importante è che nel momento in cui la pista, sfociata in una grande piana sassosa e lasciate a sinistra le montagne, piega e resta orientata verso ovest per diversi chilometri, si cerchi la prima pista che punta a nord. Vi sono diverse tracce e tutte portano alla palmeraie di Rissani.
Quì si ritrova il goudron. Non sembra vero. Non un rumore...a parte il supporto del silent block che sbattacchia con un elegante clangore di ferraglia.

La strada asfaltata passa attraverso innumerevoli sobborghi, molto animati. E' ormai sera e la gente fa le ultime spese. I bambini sono onnipresenti e si mescolano a carretti, asini, ciclisti, invadendo la strada e costringendoci ad una guida molto attenta (e lenta).
Arriviamo infine a Rissani. La quale è diventata una specie di metropoli, ultrapopolata e con la solita aggressività molesta verso i turisti. Tutta questa folla, dopo due giorni di nulla, ci lascia attoniti. Attraversiamo il centro ed andiamo ad imboccare la strada che ci porterà a Meski.

Non so se avete presente il camping di Meski. Io ci capitai la prima volta nel 1984. Allora mi sembrò un luogo idilliaco; era estate e la temperatura estremamente elevata. Quella piscina sembrò un miraggio.
Quando nel 1991 ripassai di lì la sitazione era peggiorata. Forse perchè era natale, la piscina non mi attirò affatto anzi, trovai che era piuttosto sporca, così come le toilettes.
Oggi la situazione non è cambiata sia per quanto riguarda le toilettes che la piscina. In compenso il ristorante-bar è gestito in maniera impeccabile. La cucina è saporita ed abbondante ed Adil fa' il possibile per mettervi a vostro agio.
Anche i vecchi guardiani fanno del loro meglio per garantire un minimo d'ordine.
Se non vi danno fastidio le rane (la notte), le tortore (all'alba), i venditori di souvenir (di giorno) il posto è tranquillo. Arriviamo comunque troppo stanchi per dare corda a chiunque. Mangiamo due ottime brochette, un insalata immensa e, montata la tenda, sprofondiamo nel sonno dei giusti.


Domenica 5 maggio

Come detto, Meski è un ottimo posto per fare tappa. Non fate però l'errore che abbiamo fatto noi: fermarsi per riposare la domenica. Può capitare (e quindi a noi capita) che ci sia un intera scolaresca in gita scolastica. Morale: dalle 9 del mattino alle 6 di sera urla, grida, tuffi e cotillons.
Ad un certo punto, visto che riposare non è possibile decidiamo di andare ad Er Rachidia a caccia di qualcuno che ci tacconi il pneumatico, tagliato allo oued Rihr, e una banca. La gomma è presto sistemata (si distruggerà definitivamente in Spagna, sulla via del ritorno) e la banca, con un bancomat funzionante, trovata.
Poi, non avendo altro da fare, torniamo al camping dove tra chi cerca di dormire e riparare la macchina e chi si perde tra conversioni dhiram-euro-lira allo scopo di comprare un tappeto, passa la giornata.
Alla sera nuovo pranzo da Adil.


Lunedì 6 maggio

Di buon mattino partiamo alla volta di Merzouga, via Erfoud. Tira vento, il cielo non promette granchè. Aleale vede per la prima volta la palmeraie del Tafilalet che scorre alla destra della strada. Giunti ad Erfoud facciamo gasolio, acqua e pane ed imbocchiamo la strada che porta all'erg Chebbi. Come usciamo dall'abitato il cielo comincia d oscurarsi. Ma è sabbia, che a tratti è veramente fitta. Siccome "tutte le strade portano a Merzouga", non ci preoccupiamo ed andiamo avanti. Per diversi chilometri infuria la tempesta di sabbia. A tratti la visibilità è ridotta a 5-6 metri. A fari accesi procediamo a tentoni e, d'improvviso, la tempesta si placa all'altezza delle prime dune.

Arrivati a Merzouga superiamo la porta dove una volta si trovava il posto di controllo (con tanto di catena a sbarrare il passo) e svoltiamo a destra costeggiando le dune. La pista all'esterno dei villaggi è trafficatissima. LandRover "tourisme" ed auto private si susseguono. Per sfuggire a tutto questo affollamento ci teniamo sulla pista lungo le dune cercando un varco per portarci verso Mfis, centro minerario posto sul lato est dell'erg. Trovata una pista che punta ad oriente la imbocchiamo. Non abbiamo ne' carte dettagliate ne' punti gps, per cui andiamo a naso. Non ci avvediamo del bivio a sinistra che risale verso nord (con il senno di poi forse quello giusto) e proseguiamo verso est. La pista passa in posti suggestivi, attraversa colline, zone sabbiose ed una sebka bianchissima.
Su un reg con pista scorrevole proseguiamo fino ad un bivio che porta ad una caserma militare con antenna davanti a noi ed una pista a sinistra; prendiamo quest'ultima che porta ad un villaggio ai margini di una polverosa palmeraie, dova la pista finisce. Prendiamo un punto gps e scopriamo (a spanne) di essere molto più ad est di quanto pensassimo. Visto che siamo senza pista, punti gps e carte, considerato che la tempesta di sabbia non è finita ma continua qualche chilometro più a nord, decidiamo che non è il caso di sfidare la sorte cercando di aggirare l'erg Chebbi.
Torniamo sui nostri passi mentre il cielo si fa sempre più scuro. A metà del percorso il vento comincia a sollevare nugoli di polvere e, in breve, non si vede più molto. Per tutto il ritorno verso Erfoud la tempesta impazza, mista a scrosci di pioggia. Ci fermiamo per goderci lo spettacolo. Tutto è monocromatico, come una fotografia sepia, ma in rosa. Bellissimo.

Purtroppo è giunto il momento di tornare indietro. Le vacanze sono agli sgoccioli. Decidiamo di tornare direttamente a nord.
Dopo Er Rachidia la strada si inerpica sulle montagne. Poi segue il percorso dello Ziz tra pareti di arenaria rossa delle gorges. Diluvia e le cascatelle che si formano scaricano acqua dalle falesie che ci sovrastano. Si cominciano a vedere pietre in mezzo alla strada. Proseguiamo il più velocemente possibile. Il traffico è scarso. Dopo Rich vi è una piana dove troviamo diversi oued. L'ultimo lo passiamo al pelo. Ancora poco e passare sarà impossibile.
Arrivati a Itzer, iniziano i "pont de neige" che portano a due passi oltre i 2000 metri. Salendo, sempre sotto la pioggia, ci troviamo immersi prima in un bosco di cedri, poi nella nebbia. Piove e si vede poco. Poi nevica. Intorno a noi, alla luce dei fari, scorgiamo un panorama bianco. Comincio ad essere stanco e cedo la guida ad Aleale.


Martedì 7 maggio

Riprendo la guida, dopo un sonno ristoratore (e non è vero che russo) dopo Souk El Arba. Alle 5 del mattino ci fermiamo a dormire a Larache Plage. Una volta svegli, cafè au lait e via, verso Asilah.
Ci insediamo all'Hotel Ouad El-Makhazine. Abluzioni varie e bighellonamento per la città.


Mercoledì 8 maggio

Asilah è un mio pallino. Conosco il luogo da tempo e nel 1996, ospite di un amico, vi ho soggiornato per una settimana. La città, famosa per le vicende del Raisuli, ha una medina circondata da mura portoghesi e si affaccia sull'atlantico. Mi ero messo in testa di comperarvi una casa, visti i prezzi che correvano allora. Allora, perchè adesso, purtroppo, sono lievitati al punto che è assolutamente antieconomico. Un sogno che svanisce. Dovrò scendere più a sud.


Giovedì 9 maggio

Ore 9. Si parte. Rotta su Tangeri per l'imbarco. Tutto veloce eccetto il fatto che il nostro traghetto non riesce a staccarsi dal molo a causa del vento. Dopo aver cozzato con la fiancata un paio di volte, il comandante si rassegna e chiama un rimorchiatore che ci da' una mano.
Sbarchiamo ad Algeciras che sono ormai le 15 e mettiamo la prua su Torino.
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