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03/11/2004

Tunisi - Agadez - Diario (6)

Autore: Alberico Barattieri

03-11-2004
Fachi - Campo ad ovest dell'Albero del Ténéré
Il Ténéré non ci vuole dedicare delle albe colorate: anche stamattina solo per un breve momento il cielo si è colorato di giallo ed arancio, ma è durato pochissimo. Leviamo il campo abbastanza presto e proseguiamo in direzione dell'albero del Ténéré. Saliamo e scendiamo dolci declivi sabbiosi. Il percorso non è impegnativo e le tante balise regolarmente distanziate permettono di staccare gli occhi dal gps e guidare rilassati. Per interrompere la monotonia e fare qualcosa di utile decidiamo di raddrizzarne una coricata dal vento.

Proseguiamo velocemente e, a circa metà strada tra Fachi e l'albero del Ténéré, ci fermiamo presso un cantiere. Stanno scavando un pozzo che sarà un punto di rifornimento importante per le carovane, presumibilmente entro un anno. E' interessante notare il modo in cui viene realizzato. Viene prima preparata la bocca del pozzo, in cemento armato con grande spreco di tondini, poi si scava all'interno riportando ad ogni metro un nuovo anello di cemento. Il tutto, naturalmente, a mano: un lavoro da pazzi! Naturalmente gli addetti allo scavo vengono lasciati li con una baracca, un rimorchio autobotte pieno d'acqua e.. tanto tempo davanti.

Il Ténéré diventa sempre più piatto. La media aumenta e verso mezzogiorno arriviamo al mitico albero. Il primo che incontriamo è ciò che resta di quello installato qualche anno fa da dei giapponesi. Altri 200 metri e finalmente siamo lì, sotto l'albero, quello "vero". Oddio, vero.. Come si sa, si tratta di un simbolico palo metallico che sostituisce l'originale acacia, travolta (pare, ma sembra una leggenda "metropolitana" del Sahara) da un camionista libico ubriaco. Naturalmente lo fotografiamo da ogni possibile angolazione. Agli occhi dei locali dobbiamo sembrare proprio scemi.
Ancora una volta abbiamo avuto una fortuna sfacciata. Siamo arrivati proprio mentre presso uno dei pozzi adiacenti una carovana sta facendo l'ultimo rifornimento d'acqua prima di affrontare la traversata fino a Bilma. E' una carovana abbastanza grande, composta da un centinaio di cammelli, una ventina di uomini e la solita scorta alimentare per il viaggio costituita da diverse capre. Una di queste (quella da latte?) viaggia come carico di un cammello. Abbiamo tempo e ci fermiamo ad osservare come è suddiviso il lavoro: i ragazzi più giovani tirano la lunga fune che serve a issare il secchio, camminando per una trentina di metri. Gli "intermedi" riempiono le ghirbe, altri sistemano i carichi sui cammelli e quello che sembra essere il capo da' ordini perentori a tutti. Ci fermiamo un oretta ed attendiamo la partenza della carovana prima di partire a nostra volta, in direzione opposta, verso la falesia di Tiguidit.

Dopo poco la sabbia del Ténéré ci lascia ed il terreno si fa più terroso e pietroso. Viaggiamo per tutto il pomeriggio ed al tramonto, presso un rado boschetto di acacie facciamo il nostro ultimo campo.

04-11-2004
Campo ad ovest dell'Albero del Ténéré - Falesia di Tiguidit - Agadez
Questa mattina il D.G. ci lascia dormire un ora in più: cosa molto gradita.
Per arrivare alla falesia di Tiguidit dobbiamo attraversare una serie di piccoli rilievi rocciosi e la strada che percorriamo alterna tratti relativamente veloci a zone dal fondo più "lento". Giungiamo ad un piccolo villaggio dove è in fase di carico un Mercedes 6x6, uno dei tanti che attraversano il Ténéré per collegare le remote zone da cui proveniamo ad Agadez ed all'Air. Il carico è impressionante. Non so di quanti strati sia composto ma, se non si fosse visto, non si crederebbe possibile che possa arrivare a destinazione.

Verso la tarda mattinata arriviamo alla falesia. Alcuni tronchi pietrificati sono la nostra prima meta. La seconda è una parete ricoperta di graffiti rappresentanti principalmente delle giraffe. Poi, dopo la pausa spuntino all'ombra di alcune acacie, la guida ci porta sul bordo della falesia dove alcune formelle scavate nella viva roccia suggeriscono la presenza di un insediamento preistorico.

Riprendiamo la via di Agadez. Ci fermiamo in un villaggio abbastanza animato dove sventolano tutta una serie di bandierine colorate allo stesso modo. Domando a Mhamoudane che cosa significhino. Si tratta, mi spiega, di addobbi elettorali (i colori sono quelli del partito al potere) in vista della prossima visita del presidente uscente Tahia nel suo tour di propaganda per le prossime elezioni. Gli abitanti intendono così ingraziarsi il possibile vincitore nella speranza di qualche futuro aiuto economico.

Mancano poche decine di chilometri ad Agadez quando lungo la pista incontriamo un ragazzo che ci fa cenno di fermare. Avrà si e no 16 anni ed è un clandestino della Nigeria, abbandonato lungo la pista da chi avrebbe dovuto portarlo (a pagamento) fino a Dirkou. Ci racconta la sua triste epopea, volta ad arrivare in Europa e le molte peripezie passate fino a quel momento. Cerchiamo di fargli comprendere che più a nord è peggio, che ora le frontiere sono chiuse e che rischia di finire in un campo d'accoglienza in Libia, ma non riusciamo a dissuaderlo. Lo portiamo fino alle porte della città e gli lasciamo un po' di cibo, vestiti e soldi, raccomandandogli di fare attenzione e di non farsi fregare un'altra volta.

Infine eccoci. Agadez.
Asfalto, traffico, motorini che sfrecciano ci fanno una certa impressione. Non siamo più abituati. In pochi minuti siamo alla Pension Tellit, posta in faccia alla grande moschea e di fronte al famoso (e ormai fatiscente) Hotel Air. Per la prima volta l'assembramento intorno a noi è fastidioso. Ci sistemiamo nella camere mentre Mhamoudane scarica per l'ultima volta il carico ed il D.G. ed Ago vanno ad intavolare trattative per la vendita delle 3 Range Rover.
Abbiamo un paio d'ore di libertà prima della cena che sfruttiamo prima godendoci il tramonto sul famoso minareto dalla terrazza della pensione, sorseggiando delle ottime birre locali gelate, poi facendo delle lunghe docce corroboranti ed una revisione completa al nostro ormai mal ridotto vestiario. Nettati ed infiocchettati (si fa per dire) infine ci rechiamo a mangiare in un localino carino poco distante.

05-11-2004
Agadez
Giornata a libera.
Qualcuno va alla ricerca di Ghadoufuà, il cimitero dei dinosauri, altri visitano il mercato, altri ancora passano la giornata a dormire. Insomma una giornata piena, in attesa della sera e del pranzo di addio nel ristorante più chic (proprietà italiana) allestito all'interno di una ricca dimora tradizionale, molto ben conservata e restaurata, dove il pasto è allietato dalle note e dalla voce di un griot particolarmente bravo.
Domani si torna in Europa. Mannaggia!
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